Cmc Ravenna, il primo anno di Fioretti presidente in un’intervista su Setteserequi

Ravenna, 21 maggio 2018 –  Il primo anno da presidente di Alfredo Fioretti in CMC di Ravenna in un’intervista a Manuel Poletti del settimanale locale della provincia di Ravenna “Setteserequi”:

«Il tratto della cooperazione in Cmc rimarrà ben evidente, come voleva Massimo Matteucci. Il settore delle costruzioni è difficile, all’estero continuiamo a crescere, nel mercato italiano rimarremo, ma dalla politica ci aspettiamo più responsabilità. Strategico il rilancio dell’aeroporto di Forlì, per questo siamo nella cordata. A Ravenna non riapriremo nessun bitumificio, sull’Hub portuale parteciperemo ai bandi». Per Alfredo Fioretti è stato un primo anno da presidente della Cmc molto impegnativo, con un’eredità non facile da rilevare. Vediamo com’è andata.

Fioretti, che primo anno da presidente è stato?
«Tutto sommato è stato un anno positivo. Come presidente di una grande coop, un’impresa conosciuta da tutti, non esistono annate facili, in particolare in questi anni. Forte delle esperienze passate ho cercato e cerco di affrontare ogni sfida con tanta responsabilità e una grande passione. Il nostro è un settore difficile, viene considerato maturo, altamente competitivo. La passione ti viene trasmessa anche dalla cooperativa, dai soci, nelle numerose visite che effettuo nei cantieri arriva questa spinta, questo impulso ed è molto positivo che ci sia».

Il tratto cooperativo in Cmc nonostante la dimensione ed i rapporti finanziari con grandi fondi, rimane saldo o no?
«E’ un elemento che ci caratterizza ancora tanto e dovremo essere in grado di trasmetterlo anche alle generazioni future. Questo è un tratto distintivo che ci connota anche in modo diverso rispetto ai nostri maggiori competitor. In cooperativa si lavora in modo diverso, c’è una umanità migliore, un rapporto diverso con i colleghi, non tutto è finalizzato ai risultati economici».

L’aumento del welfare aziendale che avete messo in agenda è una conseguenza diretta dell’essere cooperativa?
«E’ un aspetto a cui teniamo molto. Abbiamo investito molto nel welfare aziendale, abbiamo aumentato i piani sanitari e le borse di studio per gli studenti dei nostri lavoratori e dei nostri soci. Aumenteremo le possibilità di convenzione in ambito sanitario, abbiamo inserito bonus per le fasce più basse delle nostre categorie di dipendenti e continueremo nell’ambito delle disponibilità che abbiamo per sostenere al nostro interno chi ha più bisogno, in anni difficili per le famiglie».

Il fattore estero è sempre più determinate per Cmc: il 75% del fatturato arriva da fuori Italia. Quali le nuove frontiere?
«L’estero è una naturale conseguenza rispetto ad un mercato italiano che da poca soddisfazione. Dal punto di vista del portafoglio siamo al 75%. Le nuove frontiere sono importanti, prima fra tutte l’Africa, in particolare il Kenya che sta diventando quello che per noi qualche anno fa era la parte sudafricana. Ora abbiamo quasi un miliardo di lavori in Kenya, è un’area dove saremo sempre più presenti. Le nuove frontiere sono soprattutto quelle del Medioriente: in Libano abbiamo una presenza importante e anche nel Golfo Persico, in particolare in Kuwait, dove nel 2018 abbiamo acquisito importanti opere viarie per circa 300milioni di euro. Poi un’altra zona molto importante è quella degli Emirati Arabi con Dubai e zone limitrofi con interessanti possibilità di sviluppo».

L’area asiatica vi ha visto fra i primi arrivati. Continuate a crescere?
«Siamo l’unica impresa italiana che da 20 anni lavora col mercato cinese, questo per noi è un tratto distintivo perché ci riconoscono una capacità tutta nostra nello scavo meccanizzato. Laos e Filippine sono presenze che manteniamo e stiamo sviluppando».

Anche negli Stati Uniti la vostra presenza è ben radicata. Avete nuovi progetti? 
«In Usa abbiamo da tempo acquisto due imprese (la Lmh di Boston e la Difazio Industries a New York), che fatturano 100 milioni ed un bel portafoglio che stiamo cercando di sviluppare. Poi in South Carolina Cmc direttamente si è aggiudicata un appalto da 15 milioni di dollari, questo è un passaggio significativo, la nostra presenza diretta negli Stati Uniti sta dando i primi frutti. In America del sud, poi, siamo presenti in Argentina con un’importante commessa da 170 milioni, per costruire una grande rete fognaria nella capitale Buenos Aires».

E l’Italia? Cmc deve rimanere o puntare tutto sull’estero?
«La nostra qualità è un tratto peculiare, i nostri ingegneri vengono molto apprezzati anche all’estero ed è maggiore dei loro pari grado. Anche per questo penso che Cmc dovrà rimanere anche nel mercato italiano, pur con tutte le difficoltà che sono presenti».

Colpa tutta della politica?
«Il mercato italiano è in crisi da oltre dieci anni. Al netto di questo la politica ha sicuramente le sue responsabilità non sapendo tradurre l’importante mole di finanziamenti messi in agenda dal Cipe in bandi per le aziende. Manca l’attenzione della politica per il mondo delle costruzioni, che sono sempre state un volano per tutta l’economia di un paese, basti gaurdare come vanno all’estero, è un trend in crescita perché aiuta l’economia. In Italia invece siamo in controtendenza».  

Che giudizio può dare del nuovo codice degli appalti?
«Questo è un altro elemento che ha determinato la profondità della crisi, perché ha messo una serie di delibere che l’Anac doveva portare a compimento e che non sono state poi terminate. C’è il problema della progettazione esecutiva, tutte le stazioni appaltanti devono uscire con un progetto, questo vuol dire però che bisogna sempre essere in grando di fare un progetto esecutivo (che ha un costo), ed una struttura capace di gestire questo iter. Questo ha portato alla paralisi di molti procedimenti. Forse era meglio aspettare che gli enti si dotassero di questi strumenti e poi uscire con la modifica normativa».

Il ruolo dell’opinione pubblica incide sempre di più e la politica spesso si adegua. L’Italia dopo il 4 marzo vi preoccupa?
«La politica è meno coraggiosa rispetto al passato e si assume meno responsabilità. Noi dobbiamo guardare a quelli che sono i risultati, meno ideologia e più fatti. L’attesa è che si formi il prima possibile un governo e che dia risposte concrete alle domande che arrivano anche dal nostro mondo. In particolare, la nostra esigenza principale è che i finanziamenti diventino bandi per opere eseguibili, questo è fondamentale».

L’Emilia Romagna è fra le migliori locomotive d’Italia e d’Europa. Positivo anche per voi?
«Ci fa molto piacere che la nostra regione sia fra le più virtuose. Questi dati possono essere ulteriormente migliorati con una politica di infrastrutture corretta. Sia per la costa romagnola che per le zone interne avere i giusti collegamenti viari, ferroviari e aerei sarà sempre più determinante».

Nella cordata per il rilancio dell’Aeroporto di Forlì, c’è anche la Cmc. Perché? A cosa puntate?
«Come tutte le imprese che vivono sul territorio manteniamo uno sguardo interessato a quelle che sono le opportunità, ovvero di incentivarle dove è possibile. In questo caso ci è parso un’iniziativa  interessante, stiamo partecipando con una quota minoritaria che ci consenta un domani di eseguire i lavori che verranno posti a gara dalla concessionaria. E’ uno sviluppo importante perché l’aeroporto è situato in una zona della Romagna baricentrica per la parte più rilevante del tessuto industriale forlivese e cesenate. Bisognerà però far convivere le realtà aeroportuali di Rimini, Forlì e Bologna, per questo servirà una regia regionale autorevole per dirimere le eventuali problematiche».

A Ravenna finalmente parte l’Hub portuale…
«Quando ho appreso del risultato finale arrivato dal Cipe ho fatto una valutazione positiva del presidente Rossi dell’Ap. A lui va reso il merito di di aver concluso un iter non facile, non scontato, soprattutto nella fase finale del governo ha avuta molta concretezza per una prima parte molto importante, ma il bello viene adesso».

Cmc sarà in campo per i bandi che usciranno? Escavi impatto forte?
«Ora va tradotto nella realizzazione, vedremo che caratteristiche tecnologiche verranno richieste e certamente Cmc cercherà di giocarsi la sua partita. Penso comunque che tutto il territorio ravennate ne beneficerà anche in termini occupazionali. Questo è una zona che ha bisogno della grandezza di un’opera del genere per innescare un meccanismo virtuoso a beneficio di tutti».

Dopo la chiusura in Darsena, il Bitumificio si farà da un’altra parte o no?
«Cmc non riaprirà nessun bitumificio a Ravenna, né a Porto Fuori, né da altre parti, questo è certo e voglio confermarlo ancora una volta con estrema chiarezza».

Con Legacoop i rapporti continuano in maniera positiva? I corpi intermedi hanno ancora un senso nella nostra società?
«Il nostro rapporto è ottimo, manteniamo la tradizione che aveva istaurato Massimo Matteucci, il compianto presidente che ci ha lasciato meno di un anno fa. Con il livello regionale è ben saldo col presidente Giovanni Monti, ma anche con il livello nazionale c’è un sano confronto. E’ importante la presenza dell’associazione perché funge da collante fra territorio, imprese e deve essere il megafono delle scelte politiche del mondo cooperativo».

Infine com’è stato il primo anno senza l’amato presidente Massimo Matteucci. E’ un vuoto incolmabile?
«E’ una mancanza che si è sentita e che continuerà a sentirsi. Massimo non manca solo alla cooperativa, ma anche al territorio locale al quale tutti si riferivano per una visione del futuro. Manca anche all’associazione nazionale e soprattutto all’amico Govanni Monti. Le persone come me, che hanno avuto la fortuna di lavorargli accanto, devono fare tesoro dei suoi insegnamenti e dobbiamo avere la capacità di trasmetterli alle generaizoni future. Una cosa che ricordo sempre, fra le tante, è il fatto che lui viveva i valori della cooperazione, al suo essere elemento fondamentale dell’associazione».

Fonte: Setteserequi