Mongardi: “La Sacmi? Da cent’anni una multinazionale senza padroni” - Legacoop Produzione Servizi
76774
post-template-default,single,single-post,postid-76774,single-format-standard,qode-news-1.0.2,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_grid_1300,footer_responsive_adv,hide_top_bar_on_mobile_header,qode-theme-ver-13.3,qode-theme-bridge,wpb-js-composer js-comp-ver-5.4.5,vc_responsive
 

Mongardi: “La Sacmi? Da cent’anni una multinazionale senza padroni”

Bologna, 25 ottobre 2019 – Pubblichiamo, di seguito, un’intervista a Paolo Mongardi, presidente di Sacmi e vicepresidente di Legacoop Produzione e Servizi, rilasciata a Marco Bettazzi e pubblicata su “la Repubblica” edizione di Bologna.

 

Fondata da nove operai cent’ anni fa, la Sacmi di Imola oggi si misura con le trasformazioni di industria 4.0. «Abbiamo 4.500 brevetti depositati e abbiamo assunto 470 persone negli ultimi cinque anni», sottolinea il presidente Paolo Mongardi, che rivendica l’ importanza di essere una coop: « Lavoriamo per consegnare l’ azienda ai nostri successori, meglio di come l’ abbiamo ricevuta».

Come sta andando l’ azienda?

«Nel 2018 abbiamo avuto ricavi per 1,4 miliardi di euro, in linea col 2017, mentre il 2019 sarà un anno di leggera flessione, attorno a 1,3-1,4 miliardi, a causa della stasi nel settore della ceramica, mentre tutti gli altri settori vanno bene. Però continuiamo a investire in ricerca: 42 milioni nel 2018, 220 negli ultimi cinque anni».

Quanto siete cresciuti?

«La coop controlla un gruppo da 4.500 dipendenti nel mondo. Solo a Imola ci sono 1.600 lavoratori e dal 2013 a oggi abbiamo fatto 473 nuove assunzioni, di cui 206 laureati, soprattutto ingegneri. Contando i pensionamenti in 5 anni siamo cresciuti di 300 persone».

Chi avete assunto?

«Tecnici qualificati, perché stiamo trasformando le nostre macchine che saranno sempre più automatizzate e controllate in remoto. Questo non vuol dire meno personale, ma più tecnico e gestionale».

Ma li trovate?

«Dalle scuole ne escono meno di quelli che servirebbero, ce li dividiamo con le altre aziende della zona. Abbiamo fatto accordi con le scuole e con l’ Università di Bologna».

Avete anche un accordo col Mit di Boston, perché?

«Da aprile siamo loro partner, abbiamo accesso ai loro progetti di ricerca e possiamo indicare quali ci interessano. Ma abbiamo anche inaugurato l’ Innovation Lab qui da noi, col sostegno della Regione: un laboratorio aperto alle altre aziende dove assumeremo 20 laureati. E poi siamo nel Bi-Rex dell’Alma Mater».

Parla di innovazione, ma siete del 1919. Come combinate le due cose?

«Io credo che i nove fondatori oggi sarebbero molto orgogliosi di quello che hanno creato. Dopo la guerra erano disoccupati, fabbri e operai meccanici, e decisero di creare una coop per migliorare le proprie condizioni di vita. Era una specie di start up, un’ officina che poi ha cominciato a produrre macchine automatiche e si è evoluta».

Che rimane dell’ azienda di allora?

«Il nome. Ma anche il concetto di mutualità e del fatto che dobbiamo consegnarla a quelli dopo di noi».

Come celebrate il secolo di vita?

«Per stile non amiamo fare cose esagerate. Abbiamo donato un’ambulanza alla Croce Rossa, faremo donazioni a un ospedale e poi abbiamo chiamato il fotografo Oliviero Toscani per fare un libro commemorativo, con le foto di tutti i dipendenti della cooperativa».

Che differenza c’ è con un’ azienda “normale”?

«La coop è inter-generazionale, è di proprietà dei soci del momento ma quando questi escono non mantengono le quote. A differenza delle aziende padronali non abbiamo il problema del ricambio generazionale, perché ci sarà qualcuno che gestirà l’ azienda dopo di noi: l’ obiettivo è lasciarla meglio di come l’ abbiamo ricevuta.

È quello che diciamo ai nuovi assunti».

Ma la coop si concilia con l’ innovazione tecnologica?

«Il modello cooperativo ha valenze notevoli, i nostri lavoratori sono più interessati perché partecipano alla gestione. Però la governance è strutturata come un’ azienda quotata.

Spesso faccio il paragone tra Sacmi, Ima e Coesia, che hanno numeri simili. Sacmi è un gruppo controllato da una coop, Ima è una società per azioni mentre Coesia è di Isabella Seràgnoli: tre modelli societari diversi che si presentano sul mercato allo stesso modo. Da noi però le decisioni le prende l’ assemblea dei soci: ne facciamo 12-13 l’ anno sulle scelte più importanti, perché il management ha deleghe fino a un certo valore».

Ma gli stipendi sono diversi?

«Siamo dentro al contratto meccanico, i livelli sono simili. Poi uno con gli anni matura i requisiti e può anche diventare socio, ma è una scelta».

Non vi preoccupa il rallentamento dell’ economia?

«Per noi non è un calo significativo.

Facciamo l’85% dei ricavi all’estero e puntiamo da sempre sull’innovazione: abbiamo 4.500 brevetti depositati, uno per dipendente. Il 2020 sarà un anno stabile, ma oltre è difficile guardare.

La Turchia, per esempio, è un ottimo mercato, ma con quello che sta succedendo in questi giorni è difficile fare previsioni. Poi ci sono i dazi: ogni turbolenza provoca effetti».

La politica come potrebbe aiutarvi?

«Con meno tasse sugli utili che investiamo in ricerca e continuando con gli incentivi per industria 4.0. Ma anche sostenendo chi esporta».